Viaggio tra due decenni. Parte sesta


2-3 gennaio 2020: Ulma

20200103_10565520200103_111218Avevo già visitato Ulma, ma per troppo poco tempo per potermi dire soddisfatto.
Il viaggio da Colonia a Ulma si è rivelato il tratto più complesso ed apparentemente eterno del tragitto. Svoltosi in gran parte (per non dire nella sua interezza) sotto la pioggia, nebbia e buio quasi totale non ho potuto scorgere nulla della Germania che mi apprestavo ad attraversare.
Giunto a Ulma mi accoglie il solito gelo e la nebbia: non riesco a scorgere la guglia della chiesa più alta al mondo.
L’indomani, al mattino, tutto cambia. La nebbia persiste ma il sole la vince. La giornata ha inizio con la visita del duomo: internamente è come lo ricordavo. Sembra costruito di pura luce, chiara e lattea. È spazioso: il gotico tedesco incanta anche perché mira ad essere fuori scala, ampio, spiazzante. Mi tolgo finalmente lo sfizio di salire sulla torre. I gradini tradiscono una certa eternità dell’ascesa, ma la visuale attenua le vertigini e la fatica. Giungo a un piano con la soletta il legno, sotto di me si intravedono attraverso una botola le campane. Poi il vuoto. Sono interessanti alcuni piccoli quadri, posti sulle pareti di questo ambiente ligneo sospeso, con fotografie che ritraggono le principali cattedrali europee, nonché templi orientali e chiese ortodosse. Solletico la mia fantasia inventandomi un possibile messaggio per questa sfilata di “ritratti” architettonici: in definitiva la chiesa più alta del mondo non teme confronti con nessun’altra…
Uscito nuovamente all’aria aperta e al suo freddo pungente rinforzato da fiocchi di nevischio, torno alla scoperta degli anfratti di questa torre. Il panorama ruota attorno a me a trecentosessanta gradi, mentre percorro uno stretto corridoio tra due muri, imponenti come file di alberi di muratura. Sfortunatamente è interdetta la salita fino al punto più alto, ai piedi della guglia. Non è un problema, ma l’ennesima scusante per farvi ritorno.
Scopro le vie di Ulma, il piccolo fiume Blau e la piazza del Rathaus. Quest’ultimo è più semplice dei municipi tedeschi che sono abituato a vedere, tuttavia la tonalità ocra delle sue mura è arricchita da una serie di affreschi di una minuzia metodica. Stupendo, di derivazione alsaziana, è l’orologio astronomico che sembra proiettarsi fuori dalla parete grazie al suo colore blu notte, incorniciato da affreschi che rappresentano colonne e motivi geometrici gotici.
Le case a graticcio del Fischerviertel, il quartiere dei pescatori, sono squisitamente simili l’una all’altra: è un centro ordinato e regolare, che alterna alle costruzioni piante e ponti di pietra. Nulla sembra fuori posto. Un martin pescatore mi delizia mettendosi in posa per una fotografia e spiccando un balzo seguito da una rapida immersione per catturare un pesce.
Supero l’arco che si trova alla base della torre dei macellai, Metzgerturm, risalente al XIV secolo e ben visibile nei manoscritti delle Cronache di Norimberga, e raggiungo il Danubio, ancora limpido e adolescente dopo la sua nascita tra le montagne non molto distanti. Passeggio lungo il suo corso, dividendo la mia attenzione tra l’acqua, i suoi abitanti e le architetture che si susseguono oltre la cinta muraria della città.

È questo il riconciliante epilogo del mio viaggio. Apice di sublime e ricco di nuovi stimoli per i sogni che la mia vita seguita a rincorrere… e realizzare.

 

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